La guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti entra nel vivo. Anche l’Europa potrebbe riorganizzare la logistica

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Entro la fine del mese i dazi proposti dall’amministrazione di Donald Trump su una grande quantità di prodotti cinesi entreranno in vigore. L’Ufficio della rappresentanza commerciale degli Stati Uniti (USTR) ha pubblicato l’elenco dei prodotti di importazione cinese sui quali potrebbero essere applicati dazi fino al 25%.

La lista è composta da 136 pagine di merci, per un totale di circa 300 miliardi di dollari: include materie prime e prodotti finiti di tantissimi settori industriali, tanto da riguardare direttamente o indirettamente quasi tutto il business degli Stati Uniti e, di conseguenza, ogni consumatore americano. Sono esclusi solamente i prodotti farmaceutici, alcuni prodotti medici e minerali (es. le terre rare). Come è prassi negli Stati Uniti, gli uffici dell’USTR raccoglieranno commenti da parte degli stakeholder e poi terranno un’audizione pubblica il 17 giugno, dopo la quale le tariffe potranno essere applicate in concreto.

In risposta a questo aumento tariffario americano, la Cina ha ritoccato a sua volta i dazi sulle importazioni statunitensi di circa 60 miliardi di dollari a partire dal 1° giugno, secondo quanto comunicato dal ministero delle Finanze cinese, raddoppiando i tassi dal 5 al 10% e fino al 25% su altre tipologie merceologiche “sensibili”.

Negli USA si guarda con preoccupazione a questa escalation, che potrebbe rivelarsi una scommessa troppo grande per l’economia americana. Secondo una stima del Trade Partnership, il PIL potrebbe diminuire dell’1% quando entreranno in vigore i dazi, considerando anche le conseguenti ritorsioni della Cina. Questa misura da sola arriverebbe a costare a una famiglia media americana 2.294 dollari all’anno. Non poco. 

Molte aziende stanno infatti pensando alla possibilità di aumentare i prezzi dei propri prodotti finiti proprio del 25%, anche se per il momento le imprese restano caute e aspettano nuove comunicazioni, sperando anche in un accordo dell’ultimo minuto. 

Tutto il mondo sta attendendo con trepidazione il vertice del G20 in Giappone, dove a fine giugno si incontreranno Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Nel loro precedente incontro, a dicembre, durante il vertice del G20 a Buenos Aires, Trump e Xi hanno concordato un cessate il fuoco di 90 giorni sull’applicazione delle nuove tariffe, ritardando l’aumento annunciato.


Come cambia la supply chain

Guardando con un’ottica più ampia alla politica industriale americana, e non solo quindi commerciale, su Twitter, Trump ha anche sollecitato a più riprese le aziende americane a modificare le proprie supply chain. “Produci e acquista negli Stati Uniti e non ci sono dazi, oppure compra da un paese non soggetto a dazi anziché dalla Cina”, ha twittato. Il concetto “buy USA” e non paghi dazi è un messaggio abbastanza immediato, diretto non solo ai produttori ma anche ai consumatori.

Alcune aziende americane hanno giocato d’anticipo trasferendo la supply chain dalla Cina al Vietnam, mentre altre trovano comunque più conveniente continuare ad approvvigionarsi dalla Cina anche con l’aumento dei costi derivante dai nuovi dazi in arrivo. D’altra parte, cambiare la supply chain basata sulla produzione cinese e delocalizzare in un altro paese si traduce facilmente in un piano di conversione che può impiegare cinque o dieci anni prima di andare a regime. È quindi chiaro a tutti – anche al presidente Donald Trump – che cambiare la supply chain spostando l’approvvigionamento di semilavorati o materie prime dalla Cina ad un altro paese è un cambiamento che nessuna azienda può mettere a punto in poche settimane. Così, nell’immediato, l’incremento progressivo dei dazi sui prodotti cinesi potrebbe facilmente tradursi in una corsa ad importare prima che i prelievi diventino effettivi, con il conseguente aumentato dei volumi di merci scambiati fra i due paesi.

Trump, intanto, non si è mai pronunciato sul fatto che i prodotti fabbricati negli Stati Uniti ed esportati in Cina sono soggetti a loro volta a dazi crescenti come ritorsione alla sua politica doganale. La lista delle esportazioni americane colpite comprende prodotti animali e alimentari, minerali, fibre, macchinari, giocattoli e mobili. E sebbene la politica di ritorsione della Cina abbia ovviamente un impatto minore sull’economia degli Stati Uniti rispetto ai dazi statunitensi sulle merci cinesi, l’industria agricola americana è quella più esposta agli effetti di questo braccio di ferro. Maggiori costi su prodotti animali e alimentari potrebbero rendere le esportazioni statunitensi di questi beni meno attraenti per gli acquirenti cinesi, dando luogo ad eccessi di magazzino per gli agricoltori e di conseguenza a prezzi più bassi anche sul mercato interno.


Cosa succede in Europa

Un’idea, che è più di un semplice sospetto, è che, dopo aver regolato la questione cinese, Trump possa spostare la propria attenzione sull’Europa e sul mercato delle auto. Non più tardi dello scorso luglio, il presidente americano ha concordato di non imporre tariffe sulle importazioni di automobili europee, spiegando che entrambe le parti hanno interesse a migliorare i rispettivi legami economici. Ma nel frattempo i produttori europei di acciaio e alluminio rimangono soggetti a tariffe punitive per le loro esportazioni verso gli Stati Uniti.

Così, il più grande blocco commerciale del mondo, l’Unione europea, resta per ora ai margini nella battaglia tra le altre due superpotenze del commercio globale. Ma lo scenario è abbastanza preoccupante per un’economia che sta vivendo una fase di rallentamento, come quella europea.

Leader e funzionari di Bruxelles hanno a lungo detto di non voler discutere accordi commerciali sotto la minaccia di azioni di ritorsione da parte di Trump. Ma l’annuncio di una azione univoca degli Stati Uniti sulle importazioni di auto e componentistica dall’Europa, per un valore di circa 53 miliardi di dollari, li ha convinti a sedersi al tavolo. La risposta è stata quella di aumentare le tariffe di ingresso in Europa per moto, whisky e altri prodotti statunitensi.

Neppure i richiami della Banca centrale europea, da tempo impegnata a sostenere che il protezionismo sia la più grande minaccia per l’economia della zona euro, riescono a far riflettere i leader mondiali sulla inadeguatezza ed insensatezza di questa guerra, in cui in extremis perdono sempre i consumatori finali. Infine, è chiaro a tutti gli analisti che nuovi dazi americani spingerebbero l’Europa fra le braccia dei cinesi, un ennesimo autogol per il presidente Trump.

Massimo Marciani

Presidente del Freight Leaders Council